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Ogni chiave ha un elenco facoltativo di **origini consentite**: i domini (hostname) da cui è accettato
usarla quando la richiesta arriva con l'intestazione `Origin` (cioè, da un browser). Il formato è
l'**hostname nudo**, senza `https://` né percorso — per esempio `miaapp.miodominio.it`, mai
`https://miaapp.miodominio.it/`.

**Vuoto = nessuna restrizione di origine** (il valore predefinito, e quello che la colonna «Origini
consentite» mostra come **«Senza restrizioni»**): la chiave funziona da qualsiasi posto. Limitare l'origine
ha senso quando la chiave verrà usata **da un frontend nel browser** (per esempio, un widget proprio che
chiama l'API con questa chiave incorporata) e vuoi ridurre il danno se quella chiave venisse trapelata —
limita da quali domini web può essere usata.

> **Nota — Non è una difesa contro tutto**
>
> Il controllo dell'origine si applica solo quando la richiesta **porta** l'intestazione `Origin` (tipico
> di un browser). Una chiamata server-server — l'uso principale di una chiave API — di solito non invia
> quell'intestazione, quindi passa comunque anche se l'elenco di origini è limitato. È uno strato contro
> l'abuso da browser, non il segreto principale che protegge la chiave: quello resta la chiave stessa.

Il modulo «Nuova chiave» (paragrafo 4) porta il campo **«Origini consentite»** già compilato con `*` — non
serve toccarlo se ti va bene «senza restrizioni». Per limitarlo, sostituiscilo con un elenco di hostname
separati da virgole (per esempio `miosito.it, app.miosito.it` — ognuno copre anche i suoi sottodomini),
senza `https://` né barre; il limite è di **50 origini** per chiave. Un valore che non è un hostname valido
(con `https://`, con percorso, con spazi…) dà un errore immediato nel modulo stesso, prima di inviare il
codice.